LA BACHECA

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185 comments on “BACHECA

I cassetti non parlano (...se solo potessero)

Intenso. A tratti incalzante. Traspariva sin dalle prime battute la meticolosità nello strutturare questo spettacolo che scorre tra rievocazioni, suggestioni nel labirinto della mente, parecchi spunti comici e qualche tocco poetico. Potente investigazione sulle caratteristiche della malattia in chi ne è affetto ma anche sulle conseguenze che essa comporta nelle persone care che non riconoscono più e non sono più riconosciute. Gli spunti di riflessione sono molteplici (che poi è lo scopo dell’opera). Personalmente mi soffermerei sull’importanza della memoria nel definire un individuo: tu sei perche hai fatto/detto/pensato questo o quello e ora hai dimenticato persino me, tuo figlio o figlia, moglie o marito. Come giustificare allora il prendersi cura, la pazienza e l’affetto? Quando siamo piccoli vediamo i nostri genitori come un punto di riferimento, un richiamo alla pazienza e alla razionalità. Con la vecchiaia e ancor più con la malattia i ruoli si invertono e la vita nella sua forma più pura si diverte a bilanciare tutto. Qui sta la magia perversa, la meraviglia e la tenerezza. PS. Una parrucca nera a Olivia?

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E tu dov'eri quando? Je suis Antigone

Spettacolo ideato e realizzato dagli studenti del liceo Manzoni. Uno spettacolo sorprendente per la forza e la profondità dei temi trattati, per la capacità interpretativa degli attori e per il ritmo e l’alternanza di scene e musiche. Complimenti a tutti i ragazzi e agli insegnanti!

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Opinioni su Vasi Comunicanti

Assistere a Vasi Comunicanti è stata un’esperienza piacevole. Lungo il filo conduttore delle pietre, testimoni silenziose della vicende storiche, si snodano questi racconti ambientati nei paesaggi dove Svizzera e Italia si incontrano. Dire che gli attori fossero validi è forse ovvio ma mi piace rimarcarlo. Bel connubio tra espressione orale e gestualità. L’opera gioca su una sorta di miscuglio composto da ilarità, un certo retrogusto malinconico, l’intento di catturare l’essenza dei luoghi e la mentalità di chi li abitava. L’ho trovato istruttivo e complessivamente godibile. Piccola nota a margine, un consiglio: metterei delle strisce chiare sul bordo dei gradini in platea. Essendo neri, sono difficili da distinguere x gli spettatori e si rischia un bel ruzzolone. Un saluto e complimenti, Davide

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PUGNI E BICICLETTE

Gli spettacoli di Karakoroum teatro sono sempre una certezza! “Pugni e biciclette” è uno spettacolo interattivo, in cui attori e spettatori interagiscono tra di loro e nello spazio. La narrazione in cuffia ci ha portati a scoprire posti più o meno conosciuti di Varese, in un crescendo di emozioni. Con noi, i nostri figli di 11 e 13 anni: una lezione di storia a cielo aperto che vale più di ore passate sui libri.

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Anche io non sono mia! 🤎

Ma mi accorgo di non aver scritto alcunché a proposito di Anche io non sono mia! Esperienza magnifica. Parto da… ieri sera! Contesto: lezione di prova del corso adulti 22/23, ci presentiamo dicendo 3 cose (1 falsa) sull’estate appena conclusa. Io dico d’esser stato a Sacro Monte (cosa vera), in agosto inoltrato, spremuto (quasi a settembre), e di aver trascorso lassù una giornata… un po’ triste, un po’ uggiosa. Ma non pensai a giugno! (O era luglio?) Tornando indietro, agli inizi dell’estate, a quando essa umida vagiva, vissi (sempre sulle pendici del monte suddetto) un’esperienza unica e magica grazie a ciò che il bellissimo racconto di Francesca Garolla ingenerò in quei luoghi d’incantevole involuzione! Il corso di teatro 21/22 era appena concluso (da poche, morbide settimane, e la scia del suo lento assestarsi emanava sapidi ammicchi), e ho in mente uno scatto della mia insegnante di allora di spalle, dragonessa (nel mirabile fregio sulla schiena), con ai lati della testa le cuffie donateci all’inizio di quell’esperienza, sulla bellissima e assolata (e terrazzata) piazzetta del Monastero (il piazzale con le colonne nei pressi del Museo Baroffio, per intenderci.) In quello scatto, che ora recupero, una limpida azzurrità investe di sé la placida veduta, di una serata trascorsa a passeggiare lungo le vie del borgo, e vediamo l’apertura del panoramico Viale del Santuario (quello che in salita termina ai piedi del Mosè), e quindi orizzonte che si inoltra (fitto di minuzie) finché non si ribalta nel suo opposto e speculare doppio: un cielo terso, estivo, serale, epocale. In testa alla fila (di cui io e Susanna facciamo parte), una ragazza vestita sopra di bianco e sotto di nero procede lentamente, guidandoci, con sapidi ammicchi e sguardi ammaliatori. La sua è arte affabulatoria; la sua voce, registrata, giunge a noi da un altrove mistico (o dall’antro delle cuffie poste ai lati della testa di ognuno), e di quando in quando (la ragazza, che si chiama Anahì Traversi) si china, si appropinqua alla volta di un recesso in cui gli organizzatori dello spettacolo hanno posizionato un bigliettino con una scritta, un messaggio in codice (ad esempio il significato di pareidolia), che noi tutti un po’ guardinghi (e un po’ attori) andremo a ispezionare non appena ella (l’attrice) si sarà fatta da parte. (In quel giorno torbido e un po’ malinconico di fine agosto ritroverò uno di quei cartellini: “c’era molta luce” mi dirà.) La passeggiata serale (torniamo in giugno – o luglio) culminò in un luogo un po’ appartato: il Giardino della Memoria, piccolo, cinto da mura di pietra, intimo e scoperchiato: direttamente al di sotto del cielo terso, sereno, un po’ distaccato. Mi sdraiai sul prato e mi feci persuadere della voce-guida: alzai un braccio e toccai i cirri, scorgendo l’immagine di mio nonno morto (male) ormai da tempo (“vedere qualcosa in qualcos’altro si chiama pareidolia” diceva un cartellino che forografai.) Si dilatava l’immagine di un nonno a braccia aperte in segno di…? – mai in vita sua (davanti a me) si era tanto esteso nello spazio, con tanta cieca coreografica fiducia – forse era un impostore, ma volli salutarlo comunque, con sincero sentimento, amarlo come amavo il nonno, e poi pian piano la cosa finì, lo spettacolo finì, e io sgusciai via, andai a registrare un video in cui ballavo rapito sulle rocce del piazzale dell’eliporto, indicando i monti… lambendone i contorni tattili.

Che esperienza commovente ragazzi. 🤎

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